Molto spesso la parola petrolio rima con toponimi che ci dicono poco, e di cui non sappiamo molto. Del Ciad i più attenti hanno sentito parlare l'ultima volta in una quarantina di pagine del bellissimo excursus letterario di Jean Michel Belorgey tra i transfugi occidentali alla ricerca di nuovi mondi tra le tribu del Sahara sin dai tempi del leggendario impero di Kanem-Bornu.
Pochi giorni fa il Ciad è arrivato sul New York Times, dove abbiamo scoperto che Paul Wolfowitz è stato tra i principali finanziatori di un progetto di esplorazione petrolifera proprio sotto quella sabbia non lontana dal Sudan, un po' contesa da Gheddafi ed un tempo al centro della periferia degli interessi coloniali francesi.
La scommessa della Banca Mondiale era quella di sviluppare uno dei paesi più poveri del mondo grazie alle risorse del petrolio. Risultato: quello per Wolfowitz doveva essere un modello di sviluppo oggi vede l'estensione al Chad del conflitto in Darfur, il corrotto governo del paese diventare ancora più corrotto, i banditi che si inventano uniformi e diventano guerriglieri o ribelli.
Infatti, il presidente Idriss Deby ha chiesto ed ottenuto di usare una parte dei fondi internazionali per il riarmo del suo esercito e per combattere i suoi oppositori per così dire "extraparlamentari", rinfocolando una situazione di instabilità che dalla Somalia, passando per il Darfur ed attraversando il Chad raggiunge l'Africa occidentale nel Sahara Occidentale, in Costa d'Avorio e Guinea. Conflitti tutti diversi, ma tutti senza dubbio interdipendenti.
Insomma, il petrolio può arricchire qualcuno, ma difficilmente porta stabilità, sviluppo economico e sociale nei paesi in cui viene scoperto. Ne dovrebbero sapere ormai qualcosa gli stessi Stati Uniti, visto quello che riesce a fare con i petro-dollari il presidente Venezuelano Chavez, vista la situazione di congelamento di qualunque sviluppo democratico in Arabia Saudita e la situazione in Darfur che non è del tutto estranea - diciamo - alla feroce lotta per le risorse energetiche. Dorebbe bastare tutto ciò anche all'Europa per darsi un piano di transizione energetica dal carbonio alle risorse rinnovabili.
Lo hanno scoperto - già da anni - i brasiliani che fanno camminare le loro automobili con un estratto alcolico della canna da zucchero. Praticamente Rum. Le pompe del futuro sono targate Bacardi.
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